giovedì 18 luglio 2013

Chef, cosa metti nel piatto?




In questi ultimi tempi ricevo spesso inviti a cena da alcuni chef di professione, uno di questi lavora per uno degli hotel più lussuosi di Berlino. Tutti lo adorano, tutti lo venerano, tutti lo invitano ma io il suo cibo proprio non riesco a digerirlo e incolpavo il mio corpo che non riusciva a tolleralo quando invece, il corpo si difendeva soltanto...

Tempo fa, ho mangiato alcuni suoi piatti ad occhi chiusi, senza sapere che fossero davvero suoi, senza sapere chi lui fosse davvero ed ho capito che quel che avevo sotto i denti era un cibo secco che assopisce la mente, condito di orgoglio, era forte, così forte che cancellava la percezione degli altri sensi. I commensali bevevano qualcosa di forte per far andar giù il boccone, senza capire perché fossero costretti ad usare alcohol per digerire… 

Mi rivelarono poi che era lui a cucinare e alla prima cena ufficiale da lui ho riconfermato tutto dentro di me. Non volevo ammetterlo ma il mio viso parlava da solo, lui si alza, viene da me e mi dice “Mi scuso perché non ho usato la mozzarella di bufala, tu sei italiana, sei abituata bene..ma..stai male?”

Vorrei dirti, caro chef, che bufala o non bufala, da te potrei mangiare anche ali di pipistrello se solo fossero condite con un po’ d’amore per la vita, quello che tu neghi a tua moglie per esempio… 
Chef, la tua aridità nei confronti delle persone è infinita ed ecco che ce la riversi nel piatto… L’ingrediente nascosto del cous cous che non vuoi rivelare a nessuno, io già lo conosco, è l’acidità con la quale impregni i tuoi rapporti con le persone e la tua generosità nell’offrire vodka e rum, è il gesto di un ladro che vuole far sparire velocemente i suoi giochi falsi.
Mi scuserai se non rido come una pecora come tutti i commensali davanti ai tuoi segreti di chef.

Mi arrabbio, perché vivo circondata di gente che inghiotte cibo senza aprire i sensi, gente che non si mette in discussione ma accetta un piatto di cattiveria sotto le mentite spoglie di un piatto di pasta.
Sono sempre più convinta che l’energia vitale che scende dalle mani di una persona che cucina, sia sacra e sacro è anche il rispetto per chi dalle nostre mani mangia. Altrimenti non mi saprei spiegare perché nel nostro piccolo appartamento, la gente arriva a frotte per mangiare un semplice piatto di pasta, non abbiamo sedie eppure gli ospiti trovano conforto stando per terra pur di stare attorno alla mia cucina.

Alice Manzan

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